Bando Regione Liguria 2026: contributi marketing e promozione per reti d’impresa, consorzi e aggregazioni (PR FESR Azione 1.3.2)

Team agenzia di marketing tigullio

Contributi marketing e promozione per reti d’impresa, consorzi e aggregazioni per la Liguria Regione Liguria ha attivato il bando PR FESR 2021–2027 – Azione 1.3.2 “Creazione e sviluppo di reti e aggregazioni di imprese”. È una misura pensata per finanziare progetti comuni di rete: servizi condivisi, digitalizzazione, marketing di rete, sostenibilità e rafforzamento delle filiere. In sintesi (numeri e scadenze) Contributo: 50% a fondo perduto sulle spese ammissibili Massimo contributo: fino a 80.000 € Investimento minimo: 40.000 € per reti già esistenti (spese ammissibili retroattive dal 01/07/2025) 20.000 € per nuove reti (spese ammissibili retroattive dal 01/01/2025) Durata progetto: conclusione entro 12 mesi dalla concessione Domande: dal 14 al 21 aprile 2026 su FILSE – “Bandi Online” A chi è rivolto (beneficiari) Possono partecipare: Micro, piccole e medie imprese (MPMI) in forma associata (reti già costituite) Consorzi e società consortili Nuove aggregazioni di imprese, purché la costituzione sia perfezionata entro 60 giorni dalla comunicazione di esito positivo Comparti indicati: industria, commercio, artigianato. Cosa finanzia (interventi e spese ammissibili: esempi pratici) Il bando sostiene interventi per creazione, consolidamento e sviluppo dell’aggregazione, ad esempio: Funzioni/servizi condivisi: progettazione, logistica, comunicazione, strumenti integrati per la gestione dei processi interni Reti di fornitura: creazione, consolidamento e sviluppo Qualità e sostenibilità: pratiche socialmente responsabili e sostenibilità ambientale Marketing di rete: ampliamento mercato e canali distributivi (anche marchio di rete) Welfare aziendale Digitalizzazione: integrazione di tecnologie digitali nei processi produttivi Strutture commerciali/espositive/distributive e centri di assistenza/informazione Nota tecnica importante: rete con imprese anche fuori Liguria Se il progetto ha ricadute anche su strutture operative fuori Liguria di imprese della stessa aggregazione, le spese possono essere riconosciute solo per la quota riferita alle imprese liguri, calcolata in base al rapporto:imprese con strutture operative in Liguria / imprese totali dell’aggregazioneTradotto: perimetro e budget vanno impostati bene subito, perché questa regola può cambiare la convenienza economica del progetto. Come può aiutarvi Social Levante Supportiamo la presentazione della domanda con un percorso strutturato: Presentazione progetto (obiettivi, attività, output, perimetro) Piano marketing di rete sviluppato con noi (per rendere il progetto coerente e valorizzabile)   Vuoi capire rapidamente se la tua rete/consorzio/aggregazione è può accedere al bando e come impostare progetto + budget senza perdere tempo?  Prenota una call di 15 minuti con il team al più presto!

Ben & Jerry’s: storia di un gelato con coscienza e valori

foto vintage dei fondatori ben and jerry's

Ben & Jerry’s: storia di un gelato con coscienza e valori   Ben & Jerry’s è molto più di un gelato: è un simbolo di business etico e impegno sociale. In un mercato dove tanti brand cercano un “purpose” a posteriori, Ben & Jerry’s è interessante perché nasce con un’identità chiara: fare un prodotto buono, accessibile e creativo, ma anche usare l’azienda come leva per un impatto positivo. In questo articolo ripercorriamo la storia dei fondatori, le scelte valoriali che hanno guidato il brand e come questa coerenza abbia contribuito al successo internazionale. E, come sempre, proviamo a portare a casa lezioni pratiche: cosa può imparare una PMI quando vuole costruire reputazione e fiducia senza limitarsi a slogan? Le origini: da un piccolo negozio a marchio globale Nel 1978 Ben Cohen e Jerry Greenfield aprono una gelateria nel Vermont. L’idea nasce in modo semplice, quasi “artigianale”: fare qualcosa insieme, creare un’attività sostenibile e divertente, e costruire un rapporto diretto con la comunità. Fin dall’inizio, Ben & Jerry’s si distingue per tre elementi: – Qualità e generosità del prodotto (porzioni, consistenza, ingredienti) – Creatività nei gusti (nomi memorabili, combinazioni fuori schema) – Attenzione a ciò che succede fuori dal negozio: persone, territorio, temi sociali Questa combinazione è potente perché crea un brand riconoscibile: non solo “gelato”, ma esperienza, personalità e valori. Un brand con una voce, prima ancora dei social Molti marchi oggi cercano un tone of voice “autentico”. Ben & Jerry’s lo aveva già: ironico, diretto, a tratti provocatorio, ma sempre umano. È un dettaglio che conta: quando un brand parla come una persona, è più facile che le persone lo ascoltino. I valori al centro del business Il punto chiave della storia di Ben & Jerry’s è che i valori non sono stati un’aggiunta “marketing”. Sono diventati una parte del modello di business. Qui entra in gioco un concetto utile anche per la SEO e la reputazione online: la credibilità. Se un brand dichiara una missione, ma poi non la traduce in scelte concrete, il pubblico (e spesso anche i media) se ne accorge. Uno dei pilastri del brand, poi, è la scelta di ingredienti e fornitori con attenzione, focalizzandosi su ciò che è più  equosolidale, sostenibile e tracciabile. Perché è importante? – rende la promessa più verificabile (non è solo “siamo buoni”) – crea una storia concreta da raccontare (filiera, persone, territori) – aumenta la percezione di qualità e responsabilità Per una PMI, la lezione è semplice: se vuoi comunicare valori, parti dalle scelte operative. La comunicazione arriva dopo. Sostegno a campagne per i diritti civili e ambientali Ben & Jerry’s ha legato la propria identità a cause sociali e ambientali, prendendo posizione in modo esplicito. Questo è un punto delicato poiché prendere posizione può diventare un comportamento divisivo, ma se fatto strategicamente può anche: – rafforzare la fiducia di chi condivide quei valori – trasformare clienti in sostenitori – generare passaparola e copertura mediatica La differenza la fa la coerenza nel tempo e la capacità di sostenere ciò che si dice con azioni, partnership e iniziative reali. Modello di governance partecipativo Un altro elemento interessante è l’idea di governance e missione sociale integrate nel funzionamento dell’azienda. In pratica: non si tratta solo di “fare beneficenza”, ma di strutturare l’impresa in modo che l’impatto sociale sia parte delle decisioni. Per chi lavora su reputazione e brand trust, questo è oro: perché rende la missione meno “campagna” e più “identità”. La fedeltà nasce dalla coerenza Ben & Jerry’s ha costruito una base di clienti fedeli e attivi, trasformando il consumo in un atto di partecipazione sociale. Quando compri un gelato B&J, stai facendo una scelta “piccola”… Ma se quel gelato rappresenta un sistema di valori, la scelta diventa anche simbolica. Ecco perché il brand ha creato: – community che difende e promuove il marchio – clienti che partecipano alle iniziative – un’identità che resiste alle mode La fedeltà, poi,  non nasce solo dalla qualità, nasce dalla sensazione che il brand: dica la verità, sia coerente e non usi i valori come mera decorazione. Questo è un punto utile anche in ottica SEO: la reputazione online (recensioni, menzioni, link, ricerche branded) cresce quando un brand è riconoscibile e affidabile. Curiosità su Ben & Jerry’s Nel 2000 Ben & Jerry’s viene acquisita da Unilever, ma mantiene la propria missione sociale. Perché è una curiosità importante? Perché mostra che la missione può diventare un asset strategico, qualcosa da proteggere anche quando l’azienda cambia dimensione. Il brand ha poi lanciato gusti dedicati a cause civili e ambientali (es. “Save Our Swirled”). Questa scelta funziona perché: – rende la causa tangibile – crea un contenuto facilmente condivisibile – collega prodotto e messaggio senza risultare troppo astratto Cosa possiamo imparareda B&J, anche se non vendiamo gelato Non tutte le aziende possono -o devono- essere militanti. Ma tutte possono lavorare su valori e reputazione in modo più credibile. La storia di Ben & Jerry’s dimostra che il successo di un brand può nascere da una forte identità valoriale e dall’impegno per il bene comune. Non è solo una storia “bella”, è una lezione di strategia: quando i valori sono reali e coerenti, diventano un vantaggio competitivo in grado di attirare le persone giuste, creando fedeltà e costruendo una solida reputazione. 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Patagonia e l’anti-marketing: storia di un brand diventato icona dicendo “non comprare”

Pubblicità originale di Patagonia “Don’t buy this jacket” su giornale

Patagonia e l’anti-marketing: storia di un brand diventato icona dicendo “non comprare”   Nel 2011 Patagonia lancia una delle campagne più controverse e, col senno di poi, più intelligenti della storia del marketing: “Don’t Buy This Jacket”. Un annuncio che, letteralmente, diceva alle persone di non comprare.   Sembra un paradosso, ma è proprio qui che nasce la forza dell’anti-marketing: mettere i valori prima della vendita, invitare a un consumo più consapevole e trasformare la comunicazione in una presa di posizione. Ripercorriamo insieme la storia dell’anti-marketing di Patagonia, i valori che rendono credibile questo approccio e l’impatto (anche commerciale) che la campagna ha avuto sul brand e sul mercato. E soprattutto: cosa può imparare una PMI che vuole costruire fiducia senza “urlare” promozioni. La nascita dell’anti-marketing Per capire perché “Don’t Buy This Jacket” non è stata solo una provocazione creativa, bisogna partire da chi è Patagonia. Fondata da Yvon Chouinard, Patagonia nasce come brand outdoor con un’identità molto chiara: l’amore per la natura e la responsabilità verso l’ambiente. Nel tempo, questa visione si è trasformata in una filosofia aziendale che ha influenzato prodotti, filiera e comunicazione. La campagna del 2011 invitava i clienti a fermarsi un attimo prima di acquistare. Il punto non era “non comprare mai”, ma: comprare meno e meglio riparare ciò che si ha già riutilizzare e riciclare considerare l’impatto ambientale di ogni prodotto Questa è la base dell’anti-marketing: non spingere il consumo a tutti i costi, ma usare la comunicazione per educare, responsabilizzare e costruire fiducia. Nel 2011 parlare di sostenibilità era già importante, ma non era ancora “mainstream” come oggi. Patagonia ha scelto una strada rischiosa: criticare apertamente il consumismo, pur essendo un’azienda che si fonda sulla vendita di abbigliamento. Il messaggio è diventato potente perché: era in anticipo sui tempi era supportato da azioni concrete non sembrava una “campagna green” costruita a tavolino In altre parole: non era solo una claim. Era un posizionamento. C’è poi un effetto molto pratico: se la VP è chiara, tutto il resto si allinea. La comunicazione diventa più efficace, i messaggi risultano coerenti e ripetibili (ma non ripetitivi, attenzione!), e anche i preventivi diventano più “comprabili” perché spiegano il valore prima del prezzo. In ottica SEO, la VP non è una bacchetta magica, ma aiuta indirettamente: pagine più focalizzate, messaggi più pertinenti, migliori conversioni e più ricerche branded nel tempo, perché se sei riconoscibile le persone imparano a cercarti. “Don’t Buy This Jacket”: cosa diceva davvero e perché ha fatto rumore Il titolo dell’annuncio è diventato iconico, ma il vero cuore stava nel contenuto: Patagonia spiegava che anche un capo “buono” ha un impatto (materie prime, energia, trasporti, rifiuti). Quindi invitava a fare una scelta più responsabile. Questo ha creato un cortocircuito positivo: il brand ammette un problema (l’impatto della produzione) non si mette su un piedistallo propone un comportamento migliore (riparare, riusare, comprare solo se serve) È una comunicazione che funziona perché non chiede fiducia: la merita. Il risultato? Incremento delle vendite, ma anche della reputazione Una delle domande più comuni quando si parla di anti-marketing è: funziona davvero? La risposta, nel caso Patagonia, è sì. E in modo sorprendente. “Don’t Buy This Jacket” ha generato enorme attenzione mediatica. Molti si aspettavano un effetto boomerang. Invece, la campagna ha portato: maggiore notorietà del brand rafforzamento della reputazione come azienda coerente e responsabile un impatto positivo anche sul business (perché fiducia e desiderabilità aumentano) Qui c’è un punto chiave: l’anti-marketing non è “anti-business”. È anti-manipolazione e anti-consumo cieco. Crescita della community di clienti fedeli Quando un brand comunica valori forti, non piace a tutti. E va bene così. Patagonia ha attratto persone che: condividono una sensibilità ambientale cercano prodotti durevoli vogliono sentirsi parte di una community Questo tipo di pubblico tende a essere più fedele, più propenso al passaparola e meno sensibile alla guerra dei prezzi. Un esempio (non sempre replicabile) per altri brand Dopo Patagonia, molte aziende hanno iniziato a sperimentare comunicazioni più etiche e trasparenti, ma non sempre con lo stesso successo. Perché? Perché l’anti-marketing non si copia: si costruisce. Se un brand prova a “fare Patagonia” senza avere basi reali (filiera, scelte, governance, trasparenza), il rischio è altissimo: il pubblico percepisce incoerenza e scatta l’effetto opposto. Perché funziona l’anti-marketing L’anti-marketing funziona quando non è una posa, ma un’estensione naturale dell’identità del brand. Nel caso Patagonia, ci sono tre ingredienti fondamentali. 1) Autenticità e coerenza nei valori La campagna non è stata un colpo di teatro isolato. È stata coerente con: la storia del brand le scelte produttive l’impegno ambientale la comunicazione negli anni In SEO e content marketing si parla spesso di E-E-A-T (esperienza, competenza, autorevolezza, affidabilità). In un certo senso, Patagonia ha applicato lo stesso principio alla comunicazione: ha costruito credibilità nel tempo. 2) Comunicazione trasparente Dire “non comprare” è un messaggio radicale perché rompe una regola implicita: la pubblicità deve convincerti. Patagonia, invece, ha scelto di: mostrare l’impatto ambientale dei prodotti invitare alla riflessione parlare apertamente di limiti e responsabilità La trasparenza oggi è un asset competitivo. Ma funziona solo se è reale, verificabile e costante. 3) Coinvolgimento attivo della community L’anti-marketing non è un monologo. È un dialogo. Patagonia ha costruito una community che non si limita a comprare, ma partecipa: sostenendo cause ambientali condividendo valori scegliendo riparazione e riuso Quando un brand riesce a trasformare i clienti in sostenitori, la comunicazione diventa più potente di qualsiasi campagna a pagamento. Cosa possiamo imparare anche se non siamo Patagonia Per una PMI o un brand locale, l’anti-marketing non significa fare annunci provocatori. Significa comunicare in modo più etico e più strategico. Ecco alcune applicazioni concrete: Scegliere un posizionamento chiaro: cosa difendi? cosa rifiuti? cosa prometti davvero? Dimostrare con fatti e numeri: certificazioni, processi, scelte di filiera, politiche interne Ridurre l’hype e aumentare la sostanza: meno slogan, più prove Educare il cliente: guide, FAQ, trasparenza su costi e limiti Creare fiducia prima della conversione: contenuti utili, casi studio, testimonianze reali Un esempio pratico: se lavori in un settore dove la fiducia è tutto

Value Proposition: perché è la base di un brand con identità forte e come costruirla bene

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Value Proposition: perché è la base di un brand con identità forte e come costruirla bene   Ci sono aziende che “si raccontano bene” e aziende che, anche con un buon prodotto, faticano a farsi capire. Spesso la differenza non è il budget o la creatività, ma la chiarezza: sapere spiegare in poche righe perché un cliente dovrebbe scegliere te e non un’alternativa. È qui che entra in gioco la Value Proposition (proposta di valore): non uno slogan, non un elenco di servizi, ma la sintesi concreta di ciò che fai, per chi lo fai e del risultato che prometti, con un motivo credibile per cui dovrebbero fidarsi.   Per una PMI locale -come la maggior parte delle aziende che operano in Liguria, a Genova, o nel Tigullio- la value proposition è ancora più importante: il mercato è fatto di relazioni, passaparola e reputazione, e se il messaggio è confuso si finisce a competere solo sul prezzo o sulla “simpatia”. Una VP ben costruita, invece, rende il brand riconoscibile, coerente e più facile da scegliere. Cos’è davvero una Value Proposition (e cosa non è) La value proposition è una proposta di valore chiara e verificabile. In pratica risponde a quattro domande: a chi ti rivolgi, che problema risolvi o che risultato porti, come lo fai e perché tu (cioè cosa ti differenzia in modo reale). È diversa dal payoff perché il payoff può essere ispirazionale, mentre la VP deve essere comprensibile anche da chi ti incontra per la prima volta e sta decidendo se contattarti o scorrere oltre. Un brand forte non è solo “bello”: è chiaro. La chiarezza ti rende riconoscibile in un mercato affollato, perché ti posiziona e ti toglie dalla categoria dei “generalisti” sostituibili. Inoltre ti aiuta a scegliere quando arriva una richiesta fuori fuoco, una VP solida ti permette di dire no senza sensi di colpa, perché sai qual è il tuo perimetro e cosa vuoi diventare nella testa delle persone. C’è poi un effetto molto pratico: se la VP è chiara, tutto il resto si allinea. La comunicazione diventa più efficace, i messaggi risultano coerenti e ripetibili (ma non ripetitivi, attenzione!), e anche i preventivi diventano più “comprabili” perché spiegano il valore prima del prezzo. In ottica SEO, la VP non è una bacchetta magica, ma aiuta indirettamente: pagine più focalizzate, messaggi più pertinenti, migliori conversioni e più ricerche branded nel tempo, perché se sei riconoscibile le persone imparano a cercarti. Come costruire una Value Proposition efficace: un metodo semplice Per costruire una VP che regga davvero, serve partire dal concreto. Il primo passo è definire il cliente ideale con confini netti. Per una PMI locale questo è fondamentale: parlare a “tutti” significa non parlare a nessuno, e nel territorio la specializzazione è spesso un vantaggio enorme. Il secondo passo è scegliere un problema principale che vuoi risolvere meglio di altri. A questo punto entra in gioco la parte che spesso viene saltata: il “perché tu”. Qui non basta dire “siamo professionali”. Serve una prova o un metodo: casi studio, processi consolidati, specializzazione sul territorio, strumenti, framework, un modo di lavorare riconoscibile. È anche il punto in cui si inserisce la differenziazione vera, qualcosa che un cliente percepisce come raro o specifico. Errori comuni che indeboliscono la proposta di valore Il primo errore è essere generici: “qualità e professionalità” è il minimo sindacale, non un motivo di scelta. Il secondo è dire “facciamo tutto”: può sembrare rassicurante, ma ti rende “confondibile” e ti porta clienti non in target. Il terzo è parlare troppo di te e poco del cliente: la VP deve partire dal loro problema e dal risultato che vogliono ottenere, non dalla lista delle tue competenze. E infine, attenzione a promettere senza prove: se dici “siamo i migliori” ma non mostri casi, metodo o indicatori, la fiducia non si attiva. La value proposition è solo per grandi aziende? Certo che no: per una PMI è spesso ancora più decisiva, perché aiuta a distinguersi senza dover abbassare i prezzi. La value proposition è la spina dorsale di un brand con identità forte: ti rende memorabile, riconoscibile e coerente. E quando sei chiaro,  le persone capiscono subito se sei la scelta giusta! Per una PMI locale, questa chiarezza si traduce in reputazione, passaparola migliore e clienti più in target. Se vuoi costruire (o rifinire) la tua value proposition in modo concreto, possiamo farlo insieme con un workshop personalizzato: una sessione pratica in cui analizziamo mercato locale, clienti ideali e i tuoi punti di forza per modellare una value proposition su misura per il tuo brand. Scrivici subito e prenota il tuo workshop personalizzato!  

Cosa fanno i tuoi figli durante le vacanze scolastiche?​

spazio cowroking per genitori con figli

Cosa fanno i tuoi figli durante le vacanze scolastiche? Come qualsiasi pausa scolastica, anche le vacanze di Pasqua mettono in crisi i genitori lavoratori.Nonni, baby sitter, ludoteca? Dove saranno i tuoi figli mentre tu lavori durante queste giornate di festa?Ti posso dire dove sarà mia figlia Allegra: in ufficio, con me.Come fa da sempre, da quando aveva 24 giorni per la precisione. Se ci sarà brutto tempo, avrà lo spazio per colorare, guardare cartoni, fare un puzzle, se il tempo sarà buono starà in giardino a godersi un po’ di sole, a giocare a pampano o con la palla.La libertà che mi ha garantito lo spazio di Via Aurelia 73 nel gestire la mia bambina e tenerla con durante le estati e le altre vacanze scolastiche è qualcosa di grande e prezioso.Non tutte le mamme e tutti i papà hanno questo privilegio. Ma il Social Levante Coworking nasce anche per questo. Costruire un villaggio, quando il villaggio non c’è.Per questo ho una proposta per te. Lo vuoi fare un esperimento? Porta i tuoi bambini in coworking! Ti spaventerà l’idea che sia con te durante una call, hai forse il timore di vivere le stesse dinamiche che vivi a casa, mentre lavori dal divano o dal tavolo della cucina e cerchi di intrattenere tuo figlio o tua figlia.Lo so, è capitato anche a me, poi l’esperienza mi ha insegnato che la genitorialità condivisa con altre famiglie, anche nei contesti professionali, è un’opportunità da non lasciarsi scappare, perché in alcuni casi ti salva la giornata! Anche tu hai paura che si annoino? Ecco le cose che possono fare i bambini nel nostro spazio coworking: Giocare (puoi portare i suoi giochi o puoi lasciare che condivida quelli che teniamo qui abitualmente) Guardare un cartone Disney (abbiamo l’abbonamento e possiamo lasciare che si appassionino a storie e leggende, senza attaccarli allo schermo del telefono. Se non c’è troppo trambusto, possiamo persino proiettare il loro cartone preferito sulla parete dell’ufficio) Pranzare con noi, abbiamo tovaglie e stoviglie, ma anche il microonde per riscaldare i pasti che porterai da casa. È sempre bello condividere insieme la pausa pranzo. Fare merenda: abbiamo scorte di caramelle, gelati e patatine, ma se serve tenere in fresco un omogeneizzato o un frutto, c’è il nostro frigorifero! Fare un pisolino nel nostro lettino da campeggio (e se ti serve cambiarlo, abbiamo anche il fasciatoio e una scorta di pannolini). Stare in giardino per giocare a palla o (in estate) in piscina! E inoltre condividerà la giornata con altri bambini.Forse non avrà nemmeno il tempo per annoiarsi. Ti sembra troppo bello per essere vero? Questa è Allegra, l’estate scorsa, non aveva ancora compiuto 3 anni. la mia estate in coworking con una bambina di due anni Prima che tu me lo chieda, ti dico che no, non è previsto alcun sovrapprezzo se vuoi portare con te i tuoi bambini per una o più giornate di lavoro.